Voglio un fidanzamento ufficiale con Luke Pritchard, con tanto di convivenza nella periferia londinese. Poi una mattina voglio svegliarmi sorridendo, perdermi nei sui occhi blu, affondare la mia mano in quella meravigliosa distesa di ricci castani e con dell’acetone per unghie dare fuoco al suo guardaroba.
Ci metteranno molto a prender fuoco centinaia di brutte scarpe?
Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso orrendo profumo. No?
Allora mi chiedo, perché dare per forza un nome a qualcosa che può vivere senza. Un nome prevede una definizione, una definizione pone inevitabilmente dei limiti, i limiti implicano negazione. L’essere umano ha davvero bisogno di negazione?
I paesi hanno nomi. Ogni stato ha il suo, perché ha dei confini. Quel nome racchiude in se tutta la diversità madre di ogni malessere globale. Qui inizia la Francia e qui finisce. Qui inizia l’Italia e qui finisce. Non c’è alternativa, non c’è possibilità, nessuna felicità comune.
Tutte le cose con un nome hanno confini, e quindi non hanno alternativa, possibilità e felicità comune.
Io voglio essere felice, e pretendo di non essere ostacolata dai nomi. Voglio stati emotivi senza confini, sentimenti rom.
Un amore senza ISBN e che non si neghi niente.
Amo tante persone, le amo perché esistono, le amo perché mi fanno stare bene. Perché me lo dice il mio stomaco e la testa non si oppone. Mi innamoro camminando per strada, nel bar la mattina e facendo la fila in libreria. Vorrei una relazione aperta con l’umanità, e vorrei che non mi chiedesse di dare un nome a quello che provo per lei, che non mi chiedesse cosa vedo nel nostro futuro. Il poi ti distrae troppo dall’adesso. La pianificazione emotiva è solo un ossimoro.
I nomi servono perché qualcuno possa parlare dei fatti tuoi. Contestualizzare, la gente passa le proprie giornate a contestualizzare tutto ciò che non le appartiene. “Fidanzamento” – “Amicizia” – ”scopata”. Abbiamo dato un nome ai rapporti perché qualcuno ne potesse parlare? Questa è follia.
“Siamo felici” è l’unica definizione che voglio raggiungere, l’unica che ha davvero senso. L’unica che non ha un poi perché ha tanto adesso.
Io ti amo, ma amo anche lui, e amo lei, e anche lei, e lui, e …
Appunto n° 1: Non scrivo di musica più o meno dal ’74, e sono nata nell’ ’85.
Per gli amanti della musica è diventato difficile ascoltare un disco con entusiasmo. Bisogna aspettare l’uscita dei Radiohead, di Bjork, e compagnia bella. Loro non ti tradiscono mai.
Potremmo parlare di crisi del mercato discografico, di commercializzazione acuta della musica, in particolare in Italia, o banalmente della creatività in caduta libera. Non ho risposte e forse neanche le domande giuste. Fatto sta che sono mesi che mi entusiasmo per dischi che al quarto ascolto ripongo con delicatezza nel cassetto causa noia.
Non sono Luzzato Fegiz e non so se il ruolo di critico musicale potrebbe mai essere nelle mie corde, visto che se una cosa mi fa cacare, vorrei poterlo dire senza limiti di testata o etichetta discografica. Però penso di avere come persona, utente, essere umano che ascolta musica, la possibilità di dire la mia.
Sono ormai due giorni che ascolto “Meccanica e Natura” degli Jolaurlo. Ammetto che quando ho ascoltato “Polistirolo”, qualche mese fa, sono rimasta un po’ così, forse mi aspettavo più aggressività. Adesso a due giorni di ascolto dell’album, mi stupisco ogni volta che ricomincia.
Appunto n° 2: Se ti aspetti aggressività da qualcosa, vuol dire che sei aggressiva e ti devi calmare.
Mò, mettere due synth insieme non significa fare elettronica, e penso che ascoltare questo disco possa essere utile per capire quello che voglio dire. Tra i suoni, i testi, l’atmosfera che riesce a crearti intorno, ti amalgama perfettamente con quello, che secondo me (la percezione dell’arte è sempre soggettiva), vuole comunicare. È equilibrato, ricco, coinvolgente, cerebrale, a tratti onirico ma anche meravigliosamente lucido. Non sono un amante delle sonorità anni 80, questo è un fatto, e a volte sono decisamente riconoscibili. Ma alla fine Venere era strabica, no?
Quindi consiglio ai due lettori del mio blog (mio padre e quello che vagando su google è inciampato per caso su questo post) di ascoltare questo disco, una, due, tre volte. Soffermatevi sui testi, abbandonatevi a quella voce pulita che un po’ ci racconta tutti. Andate ad un loro concerto ed innamoratevi di ognuno di loro, perché non riuscirete a fare altro.
Appunto n° 3: Questo post non sarà motivo di fama alcuna. :)
Un giorno ti racconterò quello che sono, quello che vorrei essere e quello che non sarò mai.
Un giorno cadranno veli, e le costruzioni mentali che ogni giorno affiniamo per avvicinarci alla perfezione saranno solo macerie.
Un giorno riuscirò a parlarti, a guardarti negli occhi ed essere sincera.
Riuscirò ad esprimere tutto quello che da tempo graffia ogni mio organo vitale. Senza paura di sbagliare, perché ogni errore è umano, come la pelle, come il sudore e le lacrime.
Un giorno sarò serena, tranquilla e sicura. Quel giorno capirò con certezza che io non potrò mai essere serena, tranquilla e sicura.
Un giorno ti guarderò e riuscirò a vedere quanto di me c’è in fondo a quegli occhi. Oltre le parole, la noia delle parole e la necessità di appiccicare le parole tra loro perché siano belle.
Un giorno mi sentirò libera, di fidarmi, di essere compresa, di essere ascoltata. Troverò quei momenti che mi mancano. Tornerò ogni sera in un abbraccio, e lì ci sarà anche il mio spazio, la mia solitudine perfetta.
Un giorno sarò seduta accanto a te in un autobus, per caso, e saprò che tutto questo sta per succedere.
Un giorno, prima o poi, inizierò a prendere l’autobus.
“L’amore è bello finché dura ma a volte dura troppo. Mi piacerebbe pensare che tutto finisce e comincia, mi basterebbe dire che l’esperienza serve, mi piacerebbe sapere che sono morto, che non ci so fare neppure con me stesso. Per fortuna quando le cose vanno male arriva qualcuno e le peggiora, questo è l’unico sollievo.”
Questo pezzettino di donna dai capelli biondi e disordinati scrive cose che non pensavo che un essere umano potesse mai pensare. Riesce a trascinarti distante da qualsiasi cosa tu stia cercando di essere in quel momento.
Allontanando la riflessione dal suo essere brava, troppo per la sua età, e qui infilo anche un velo di invidia pura da diluire con le parole di prima, mi soffermo a condividere quello che succede quando ascolto la signorina in questione.
Sicuramente non posso ascoltarla mentre lavoro. Mi perdo. Mi assento completamente.
E mi chiedo se ciò che ascoltiamo fa il nostro umore o il nostro umore ci indirizza verso un determinato ascolto.
Ci sono cose che non puoi fare e ci sono cose che non puoi dire. Quindi mi cullo volentieri in ciò che posso ascoltare abbracciando tutto ciò che non posso.
And I’m sorry young man, I cannot be your friend.
I don’t believe in a fairytale end
I don’t keep my head up all of the time
I find it dull when my heart meets my mind
And I hardly know you, I think I can tell
These are the reasons I think that we’re ill
I hardly know you, I think I can tell
These are the reasons I think that I’m ill
And the gods that he believes never fail to disappoint me
“La frustrazione si disperde nella rabbia, calda e cieca. La rabbia urla , si sbraccia, si stanca. E quando i muscoli bruceranno abbastanza, ancora con il fiatone, non ci sarà più niente. Tutto pulito, asettico. Le mani scivolano su superfici senza rilievi. Nulla è freddo, nulla è caldo. Nel bianco senza ombre arriva la paura. Non provare niente fa paura.”
Una giornata strana.
Una giornata piena di cose lontanissime che ti esplodono dentro.
Una giornata di botte che non hai preso ma hai sentito.
Una giornata sbagliata.
La giornata sbagliata che aspettavano tutti.
I buoni, i cattivi, tutti.
Il modo, il motivo, la rabbia.
Ci prendono in giro anche quando siamo esausti. Ci si prende gioco anche della rabbia.
Una giornata in cui non vince nessuno, ma soprattutto chi doveva perdere non ha perso.
C’è chi avrà dei lividi e chi delle manette.
C’è chi ingoia un sacco di cose terribili perché le cose possano cambiare.
Eppure domani ci sarà la diretta del Grande Fratello, un paparazzo scatterà una foto e Barbara D’urso continuerà a riempire i pomeriggi italiani di cazzate.
La metà del paese soffre nello stesso modo in cui soffre l’altra metà ma non ha idea di cosa stia succedendo.
Ecco che prende forma la tristezza e il mio umore cambia colore.
L’ignoranza comoda, l’ignoranza inconsapevole, la pigrizia, la rassegnazione.
Questo è ciò che non mi fa dormire la notte.
Io voglio che la gente sappia.
Io voglio la rabbia. Voglio vedere come si incazza un paese a cui quattro stronzi stanno togliendo tutto.
Voglio vedere questa rabbia trasformarsi in qualcosa di costruttivo.
Voglio poter dire ai miei figli: “guardate che bel posto, tutto questo l’abbiamo fatto per voi.”
E non, in chissà quale lingua: “guardate quel paese morto tanto tempo fa abitavo lì.”
Non mi interessano la gloria, il potere, le medaglie, i soldi, gli incarichi, le consulenze, le tv, le radio e i giornali. Non mi interessa salire sul carro dei vincitori e stare in prima fila a raccogliere i premi.
Quello lo fanno già in troppi e lo lascio volentieri a chi ha poca capacità e poca fantasia, ma soprattutto a chi in questo assurdo ed anacronistico momento storico non prova passione e amore per tutto ciò che gli sta succedendo intorno.
Una giornata strana.
Una giornata in cui per la prima volta dopo parecchio tempo ho analizzato la mia rabbia.
Una giornata di domande che si riassumono nell’unica domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi:
Io sto facendo abbastanza?
Una giornata che finirà in un’altra giornata.
La tecnologia oggi ti permette di essere stesa nel tuo letto e poter scrivere frasi sgrammaticate dai tasti troppo piccoli di un affarino di plastica e gomma.
Questo é sicuramente il blog meno letto tra i blog, ma per me scriverci è importante.
Avere pezzi di me che vagano in questo universo di sovraesposizioni.
Pezzi di me che non riesco più a tenere attaccati tra loro, a me.
Non riesco più a pensarci. In bene, in male, non ci riesco.
Mancanza di tempo, mancanza di spazio nella mente. Non ci riesco.
La mia piccola illusione di rifugio, la mia eterna attesa, non ci sono più.
Il pensiero, l’illusione, l’attesa, sono scivolati via con i miei sentimenti buoni.
Sono sempre nel mio angolo, ma nel mio silenzio non urlo piú ” non è giusto”. La giustizia è un concetto troppo soggettivo.
Ognuno ha le proprie pene intorno alle quali costruisce un’intima idea di giustizia.
Quindi sí, non é giusto, ma in tutto questo mi sa che di giusto non c’é niente. E non c’è nulla di ingiusto, cosí come non ci sono e non ci sono state tante cose.
Ci sono state sere e non ricordo se pioveva o faceva freddo.
C’è stata tanta voglia di sapere e tanta voglia di dire, raccontarsi, urlare.
Ci sono stati particolari che non ricordo più.
E basta, adesso c’é silenzio. Ed è cosí fastidiosamente giusto.
Quindi mentre tutto si perde così io vado a dormire, e mentre profondamnte spero che qualcuno si metta d’impegno per ridarmi ció che si sta dissolvendo, domani avrò un altro giorno per non pensarci.