Amo le cose senza nome.
Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso orrendo profumo. No?
Allora mi chiedo, perché dare per forza un nome a qualcosa che può vivere senza. Un nome prevede una definizione, una definizione pone inevitabilmente dei limiti, i limiti implicano negazione. L’essere umano ha davvero bisogno di negazione?
I paesi hanno nomi. Ogni stato ha il suo, perché ha dei confini. Quel nome racchiude in se tutta la diversità madre di ogni malessere globale. Qui inizia la Francia e qui finisce. Qui inizia l’Italia e qui finisce. Non c’è alternativa, non c’è possibilità, nessuna felicità comune.
Tutte le cose con un nome hanno confini, e quindi non hanno alternativa, possibilità e felicità comune.
Io voglio essere felice, e pretendo di non essere ostacolata dai nomi. Voglio stati emotivi senza confini, sentimenti rom.
Un amore senza ISBN e che non si neghi niente.
Amo tante persone, le amo perché esistono, le amo perché mi fanno stare bene. Perché me lo dice il mio stomaco e la testa non si oppone. Mi innamoro camminando per strada, nel bar la mattina e facendo la fila in libreria. Vorrei una relazione aperta con l’umanità, e vorrei che non mi chiedesse di dare un nome a quello che provo per lei, che non mi chiedesse cosa vedo nel nostro futuro. Il poi ti distrae troppo dall’adesso. La pianificazione emotiva è solo un ossimoro.
I nomi servono perché qualcuno possa parlare dei fatti tuoi. Contestualizzare, la gente passa le proprie giornate a contestualizzare tutto ciò che non le appartiene. “Fidanzamento” – “Amicizia” – ”scopata”. Abbiamo dato un nome ai rapporti perché qualcuno ne potesse parlare? Questa è follia.
“Siamo felici” è l’unica definizione che voglio raggiungere, l’unica che ha davvero senso. L’unica che non ha un poi perché ha tanto adesso.
Io ti amo, ma amo anche lui, e amo lei, e anche lei, e lui, e …
Si può dare un nome a tutto questo?
Ascoltando > Bombay Bicycle Club – You Already Know
